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sabato 13 dicembre 2014

Psicologia dell'apprendimento: lo studio e la valutazione dell’intelligenza umana

Dell’intelligenza ogni individuo ha un’idea ingenua di cosa sia. Già da bambini formuliamo giudizi riguardo la maggior o minor intelligenza degli altri bambini. Da uno studio di Morra risulta che operai tradizionalisti credano che l’intelligenza sia qualcosa di innato, mentre intellettuali progressisti qualcosa che si possa costruire. Da indagini transculturali di Sternberg emerge che ogni cultura assegna all’intelligenza diverse caratteristiche cognitive, sociali, emotive.
Dal 1700 in poi si è cercato di creare macchine intelligenti, Turing, il matematico del XX secolo, ha definito qualitativamente intelligente ogni macchina che, conversandoci insieme, avesse dato l’impressione di parlare con un altro essere umano (test di Turing).
Si può parlare di intelligenza con due accezioni: quella generale, cioè del substrato presente in ogni individuo considerato intelligente, e differenziale, ciò che differenzia gli individui nei compiti cognitivi.
Intelligenza deriva dal verbo latino intelligere che significa comprendere il mondo. Gli psicologi ritengono che l’intelligenza non sia una facoltà cognitiva, come memoria, linguaggio, percezione, etc., ma un quid di carattere generale legato ad un gruppo di abilità più o meno in relazione. Per questo l’intelligenza viene misurata con test specifici e non con test di memoria, linguaggio, percezione etc.
Storicamente l’intelligenza è stata descritta attraverso diversi approcci in base ai quali delle metafore guidavano la narrazione: metafora geografica, quali sono le aree del funzionamento intellettivo?; metafora computazionale, quali processi sottostanno all’intelligenza?; metafora biologica, quali correlati fisiologici sottostanno all’intelligenza?; metafora epistemologica, è possibile descrivere l’intelligenza da una teoria formale della conoscenza?; metafora sociologica, quali sono le influenze sociali che plasmano lo sviluppo intellettivo?; metafora antropologica, come la cultura definisce l’intelligenza e plasma le persone intelligenti?.
Nel 1869 Galton, il cugino di Darwin, pubblica un volume intitolato Hereditary Genius in cui sostiene che l’intelligenza sia tramandata da una generazione all’altra per via ereditaria e che il numero di persone molto intelligenti, normalmente intelligenti e poco intelligenti si distribuisse in forma gaussiana. Il suo metodo per misurare l’intelligenza consisteva di porre quesiti semplicissimi e di misurare il tempo di risposta. All’inizio del Novecento lo psicologo Binet produce sotto richiesta del governo francese il primo test intellettivo della storia. Al contrario di Galton, Binet prese in considerazione abilità cognitive più complesse e che potevano essere associate all’età del bambino in relazione al suo sviluppo intellettivo. Perciò se un bambini di 4 anni riusciva a rispondere a quesiti del test per bambino di 6 anni veniva giudicato più intelligente della media della sua età, la sua età mentale veniva portata a 6 anni. Stern (1912) propone la misura del quoziente intellettivo (QI) dato dal rapporto tra età mentale e età cronologica moltiplicato per 100. Da notare che questa formula viene applicata su test per bambini, gli adulti hanno un’altra formula basata sulla deviazione dal valore medio. Da ricerche longitudinali attraverso il test di intelligenza è emerso che esiste una correlazione (.40) tra intelligenza e successo professionale.
Lo studio dell’intelligenza come costrutto che specifica le differenze individuali di funzionamento cognitivo nell’accezione psicometrica risente però di una circolarità: cos’è l’intelligenza?, ciò che misura il test di intelligenza; cosa misura il test di intelligenza?, l’intelligenza. Le critiche ai test di intelligenza, oltre a questa, sono molte. Ad esempio i test di intelligenza misurano ciò che una persona è in grado di fare, ma non ciò che sarebbe in grado di imparare a fare. Questa critica viene mossa dagli psicologi che considerano la teoria russe storico-culturali vygostkijane e il concetto di “zona di sviluppo prossimale”. Inoltre l’intelligenza misurata dai test è generalmente avulsa dalla realtà e le situazioni concrete in cui l’individuo opera nella vita quotidiana. Infine i test di intelligenza si riferiscono alla cultura dominante di chi li ha costruiti, sicché individui di culture diverse misurati con i test occidentali possono risultare scarsamente intelligenti solo perché non condividono valori e istruzione di chi li ha costruiti.
La scuola è il primo fruitore dei test di intelligenza per adattare l’insegnamento ai bambini. Quest’uso del test ha un ruolo costruttivo. In altre occasioni il test ha un ruolo discriminativo e alunni con deficit intellettivi vengono relegati in classi speciali dove non otterranno gli stessi insegnamenti dei bambini normodotati. Anche le aziende americane utilizzano test d’intelligenza generali per le assunzioni. È emerso da studi, come sottolineato prima, che il grado di intelligenza correla negativamente con episodi della vita negativi. Chi è intelligente ai test d’intelligenza ha meno probabilità di essere incarcerato  o avere maternità fuori dal matrimonio, di divorziare nei primi 5 anni di matrimonio, di essere disoccupato o indigente.
I test sottoposti a distanza di tempo suggeriscono che l’intelligenza sia un fattore stabile, ma solo durante l’età adulta. Nel bambino in età evolutiva entrerebbero in gioco altri fattori. Con lo sviluppo diminuirebbe anche la predittività dell’intelligenza di base (legge di Spearman) in quanto le conoscenze acquisite colmerebbero il deficit di base. I test non sarebbero idonei, inoltre, a misurare individui con intelligenze o età estreme (legge di Dettmann). Per le intelligenze molto basse è molto comune rilevare prestazioni scarse in vari test, per intelligenze molto elevate è possibile che un individuo abbia ottime prestazioni in un ambito e non per un altro.
I test di intelligenza, seppure molto vari, misurano quel quid che distingue gli individui in base alle prestazioni cognitive. Il test unanimemente ritenuto più rappresentativo sono è le matrici di Raven. Il test non contiene elementi culturali, ma elementi grafici. Gli esperti ritengono che statisticamente rilevi nuclei centrali dell’intelligenza, cioè il fattore g, perché la facoltà centrale per ottenere ottime prestazioni è la memoria di lavoro. Primi (2002) ha condotto uno studio sulle matrici e ha rilevato  che la difficoltà nella risoluzione è imputabile a quattro fattori: 1) aumento delle figure, 2) aumento delle regole che mettono in relazione le figure, 3) aumento della complessità delle regole, 4) complessità percettiva degli stimoli. Lo studioso individua nell’aumento della complessità degli stimoli e nel loro numero i fattori che aumenterebbero sensibilmente la difficoltà. Le abilità cognitive legate alla memoria di lavoro sarebbero velocità di esecuzione e schermatura dell’interferenza.
Altro test molto famoso a livello mondiale è le batterie di Wechsler.

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